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Luca Delfino: premiati dopo tre anni i poliziotti che lo arrestarono!

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Il Giustiziere degli Angeli

Arrestarono il killer: medaglia tre anni dopo.

In Italia, si sa, i tempi della burocrazia sono quelli che sono e anche per gli encomi bisogna prendere il ticket e mettersi in coda. L’attesa dei due poliziotti che arrestarono Luca Delfino è durata quasi tre anni, ma ieri, quando sono stati chiamati al palco d’onore per ricevere l’attestato firmato dal capo della polizia Manganelli dalle mani del questore Mauriello, l’emozione si è rivelata forte, più forte di quanto l’assistente capo Giampaolo Borea e il collega Ivano Rebella, anche lui assistente, ancora la sera prima avessero messo in conto.

Le motivazioni dei riconoscimenti, in particolare quando attengono a gesti e azioni “militari”, indulgono nella retorica e ieri, in alcuni passaggi, il ricorso alla forma ampollosa non ha potuto derogare dai cliché. Questo, insieme alla brevità della cerimonia, non hanno impedito ai due poliziotti di tradire una certa commozione. Non tanto per la scena, drammatica, dell’arresto del killer di Serra Riccò, quanto per quella, agghiacciante, cui Borea e Rebella avevano assistito pochi minuti prima che facessero scattare le manette ai polsi dell’assassino: il corpo di Antonietta Multari riverso sul marciapiede di via Volta, il sangue che sgorgava dalle ferite, i soccorritori che tentavano di arrestare l’emorragia e la vita della giovane, che si stava spegnendo.

Un pomeriggio, quello del 10 agosto del 2007, che i due poliziotti non dimenticheranno. Era da poco passata l’una e mezza, Borea e Rebella erano di pattuglia, il loro turno stava per finire. Alla sala operativa arriva una telefonata. La voce è concitata: «Presto, fate presto, hanno accoltellato una ragazza. Forse sta morendo». Via radio, alle volanti viene dato l’ordine di «confluire» in via Volta. La macchina di Borea è la prima a raggiungere il luogo della brutale aggressione. Pochi istanti e arrivano altre due pattuglie, e un’auto della polizia giudiziaria. Il loro compito è di avere in tempi strettissimi una descrizione il più fedele possibile dell’aggressore. Le prime indicazioni sono quelle di un barista, poi la giovane che aveva accompagnato Antonietta nel centro di abbronzatura, fornisce nome e cognome del ragazzo che aveva appena inferto all’ex fidanzata quaranta coltellate: «Si chiama Luca Delfino». Un altro testimone oculare: «Fate attenzione, è un pazzo ed è scappato col coltello in mano».

Delfino ha imboccato di corsa via Pallavicino. Un autista di camion lo sta inseguendo con la macchina. È Sandro Di Lorenzo, 41 anni, fisico robusto e muscoloso, canottiera nera, pantaloncini, ai piedi un paio di infradito. Borea e Rebella risalgono sulla “pantera”, scendono lungo via Pallavicino e mentre stanno per svoltare verso piazza Colombo ricevono una segnalazione: «Il sospettato è stato avvistato in corso Orazio Raimondo, corre in direzione levante, forse ha imboccato via Fratti». La pattuglia si vede costretta a prendere corso Garibaldi in senso inverso. Sirena, lampeggiante. Le auto si fanno da parte.

All’altezza di via Fratti, i due poliziotti intravedono Delfino. Scendono dalla volante, impugnano le pistole. L’assassino li vede e si blocca. Ha il coltello in mano. Alle sue spalle arriva anche il camionista. La situazione è tesissima. A circa cinque metri di distanza, Borea punta la pistola: «Stai calmo e getta subito il coltello». Delfino indugia. Sulla linea di tiro c’è anche Di Lorenzo. Borea è un poliziotto di lungo corso, preparato, molto professionale, ma la sua freddezza è messa a dura prova.

Una valutazione sbagliata, una reazione improvvisa da parte di Delfino, e la situazione sarebbe diventata incontrollabile. I poliziotti si avvicinano lentamente all’assassino, il camionista si sposta sulla destra. Finalmente Delfino decide di arrendersi e fa cadere sull’asfalto la lama. Mentre uno dei due agenti lo tiene ancora sotto tiro, l’altro gli applica le manette. «Fate piano, sono ferito», dice il giovane killer mostrando un taglio alla mano sinistra.

Viene caricato sulla volante e trasferito in commissariato. Si lamenta, dice che la mano gli fa male. «Non vedete che sto sanguinando, portatemi all’ospedale, è un mio diritto». Trattenendosi a fatica, un anziano ispettore gli dice che lui, l’assassino di una donna di 33 anni, non ha diritti da rivendicare.

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