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Pedofilia – Abusi – Violenza –


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Rapinato Compagnone, il maestro di Parabita accusato di pedofilia.

Il Giustiziere degli Angeli

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PICCHIANO E DENUDANO COMPAGNONE PER RAPINA: TRE FERMI

L’83enne di Parabita, indagato per molestie su minore, a cui una donna di Casarano uccise la moglie vendicando il figlio, vittima di una feroce rapina. Arrestati mentre erano in fuga, uno è un 17enne

PARABITA – La ricostruzione rimanda inevitabilmente ad alcuni dei fotogrammi più crudi di “Arancia meccanica”, il film del compianto Stanley Kubrick tratto da un romanzo di Anthony Burgess. E la vittima è talmente nota, alle cronache, che la questione si macchia ancor più di un giallo a tinte fosche. La mente del più fantasioso sceneggiatore non sarebbe stata in grado di partorire episodio più inquietante, da inserire nell’ipotetico copione di un film. E forse non è stato scelto a caso, quell’anziano. Forse i tre ritenuti dai carabinieri della compagnia di Casarano gli autori di una rapina a dir poco efferata, compiuta questa notte, sono andati a colpo sicuro, sapendo che era solo in casa. E chissà se hanno infierito perché si tratta di un personaggio controverso. Solo ipotesi, è chiaro. Certo è che il nome di Luigi Compagnone, 83enne, desta sentimenti contrastanti, in chi lo sente pronunciare. Attualmente è indagato per abusi su minore.

La storia è talmente nota, che si potrebbe evitare persino di raccontarla. Una donna di Casarano, la “mamma giustiziera” è stata ribattezzata, nei confronti della quale è stata peraltro di recente confermata la sentenza in Appello a sette anni di carcere, nel novembre del 2007 fece irruzione all’interno dell’abitazione dell’uomo, sarto in pensione, brandendo un paio di coltelli. Il figlio le aveva rivelato cose orribili. Colta da un raptus, la madre uccise la moglie di Compagnone, Jolanda Provenzano, 71enne, maestra in pensione, e ferì quest’ultimo gravemente. Si sarebbe comunque salvato.

La giovane donna di Casarano non riusciva a levarsi dalla testa l’idea che fra quelle quattro mura, dove pensava che suo figlio fosse al sicuro, potessero esservi piuttosto delle morbose attenzioni sessuali. Ci andava a fare il doposcuola, il figlio. Doveva essere un momento di studio e riflessione. I silenzi, sempre più evidenti e imbarazzati, quando rientrava a casa, la misero in allerta. Poi, il bimbo parlò. Il caso delle presunte molestie è ancora aperto e tutto da chiarire. Certo è che ora, parallelamente, si apre quest’altro agghiacciante squarcio nella cronaca locale. “La casa degli orrori”, era già stato lugubremente chiamato quell’appartamento al pian terreno di via dei Mille.

L’ASSALTO – Ore 1 di notte. In tre assaltano l’abitazione di Compagnone. Hanno volti coperti da passamontagna, non esitano a sfondare la porta di casa, secondo quanto ricostruito nel giro di poche ore dai militari della compagnia casaranese. Aggrediscono l’anziano, lo denudano. Lo tengono sotto tiro con un coltello puntato alla gola. Una scena che, nell’83enne, deve aver rievocato inevitabilmente vecchi fantasmi. Senza possibilità di difendersi, consegna ai tre gioielli, ori e denaro contante. E’ ancora sotto choc, questa mattina, non è stato possibile quantificare bene quanto sia stato portato via. I gioielli, oltretutto, appartenevano alla moglie uccisa a coltellate proprio quel maledetto pomeriggio del 5 novembre di due anni or sono. Forse qualcuno, nelle vicinanze, sente il trambusto. Parte una richiesta di aiuto. Una richiesta anonima, al 112. Qualcuno segnala movimenti sospetti nel centro cittadino.

Durante la fuga, uno dei tre rapinatori, un 17enne di Matino, viene intercettato in pochi istanti da una pattuglia dei carabinieri. Bloccato, ha con sé ancora il coltello ed il passamontagna. Sul posto volano altre pattuglie dell’Arma, per cercare i complici. Non possono essere lontani. E anche sulla base delle descrizioni fornite da Compagnone, gli altri due, in poco tempo, vengono bloccati. Stavano giusto cercando di rincasare. Si tratta di Antonio Manco, 21enne di Matino, e di Biagio Toma, 41enne, di Parabita, entrambi già noti alle forze dell’ordine. Ora devono rispondere di rapina a mano armata e lesioni personali. Compagnone è stato infatti condotto presso il pronto soccorso dell’ospedale di Casarano. Ha riportato escoriazioni alle mani e al volto. I due maggiorenni sono stati rinchiusi nel carcere di Lecce, il 17enne nel centro di accoglienza per minori sulla via per Monteroni di Lecce. Si cerca ancora la refurtiva. Nell’aria, l’eco di un gesto eclatante che, semmai ce ne fosse ancora bisogno, fa da ulteriore cassa di risonanza su alcune delle pagine più nere della cronaca locale.

Emilio Faivre Link Articolo


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Pedofilia e chiesa: chi non ha peccato scagli la prima pietra! intanto giochiamo a scaricabarile!

Il Giustiziere degli Angeli

Ci credete che mi vengono in mente tante cose da dire che mi si stà fondendo il cervello? Leggete quanto dichiarato dall’arcivescovo Silvano Tomasi: non ci posso credere!

LINK articolo La Stampa –  Pedofilia, scontro a Ginevra.

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Il rappresentante del Vaticano presso le istituzioni internazionali difende gli sforzi della Chiesa, e chiede che altre organizzazioni facciano altrettanto.

L’arcivescovo Silvano Tomasi, Osservatore Permanente all’Ufficio delle Nazioni Unite e delle Istituzioni Specializzate a Ginevra, ha difeso gli sforzi cattolici per rimuovere i colpevoli di abusi dalle fila del clero in seguito a un attacco di Porteous Wood, rappresentante internazionale dell’Unione Internazionaele Etica e Umanista. “Le molte migliaia di vittime degli abusi meritano che la comunità internazionale chieda conto al Vaticano, il che finora non ha voluto fare, fino ad ora” ha detto Wood. “Sia gli stati che le organizzazioni dei bambini devono unirsi e fare pressione sul Vaticano affinché apra i suoi archivi, cambie le sue procedure a livello mondiale, e denunci i presunti responsabili di abusi alle autorità civili”.

L’arcivescovo Tommasi ha risposto che “come la Chiesa Cattolica si è data da fare per fare pulizia in casa, sarebbe buono che altre istituzioni e autorità, dove la maggior parte degli abusi sono stati segnalati, potessero fare lo stesso, e ne informassero i media”. L’arcivescovo Tommasi ha aggiunto che la maggioranza degli abusi commessi dai preti non era caratterizzata da pedofilia, ma da efebofilia, cioè da attrazione sessuale verso gli adolescenti. “Di tutti i preti coinvolti negli abusi – ha detto – dall’80 al 90 per cento appartenevano a questo orientamento sessuale minoritario, impegnati sessualmente con ragazzi adolescenti fra gli undici e i diciassette anni“.

Tomasi ha citato dati forniti dal giornale “Christian Scientist Monitor”, per dimostrare che negli Stati Uniti le chiese più colpite da accuse di avusi sessuali verso i bambini erano quelle Protestanti, che abusi sessuali nelle comunità ebraiche erano comuni. Ha aggiunto che c’era molta più probabilità di abusi sessuali compiuuti da membri della famiglia, babysitters, amici, parenti o vicini; e che molto spesso i bambini maschi erano colpevoli di molestie sessuali verso altri bambini.


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Pedofilia: Don Giorgio Carli e la citazione in giudizio della Curia .

Il Giustiziere degli Angeli

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LINK articolo Repubblica

Don Giorgio, ora sarà citata la Curia –

Alto Adige — 24 settembre 2009 pagina 19 sezione: CRONACA

BOLZANO. Don Giorgio Carli, il sacerdote finito sotto processo per presunte violenze sessuali nei confronti di una parrocchiana (al tempo dei fatti bambina) non ha ancora provveduto a pagare il risarcimento alla parte lesa previsto dalla sentenza penale passata in giudicato. Si tratta di 700 mila euro che il sacerdote (che si è sempre dichiarato innocente) non può e non intende pagare. A questo punto i legali di parte civile (Gianni Lanzinger e Arnaldo Loner) stanno preparando una nuova citazione in sede civile che coinvolgerà, così come più volte prospettato, anche la Curia dato che don Giorgio avrebbe commesso le violenze sessuali approfittando della sua posizione di religioso e di «ministro di culto». Ricordiamo che la sentenza della Cassazione ha riconosciuto, di fatto, don Giorgio responsabile delle violenze sessuali perpetrate per anni ai danni della bambina ma è stato graziato dalla prescrizione. Proprio per effetto di quella sentenza (che ha però confermato tutti gli obblighi del sacerdote sotto il profilo risarcitorio alla parte lesa) ora come detto la Curia ed il prete si trovano a dover affrontare la richiesta di pagamento effettivo del risarcimento dovuto, circa 700 mila euro. La nuova causa in sede civile per ottenere il pagamento della somma farò riferimento proprio alla sentenza penale confermata dalla Cassazione e agli effetti dell’articolo 2043 del codice civile che prevede che «qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno». La Curia, invece, verrà chiamata in causa per effetto dell’articolo 2049 sempre del codice civile riguardante la responsabilità del datore di lavoro in merito ai danni provocati con fatti illeciti da dipendenti diretti. La Chiesa, dunque, verrebbe considerata responsabile in solido in quanto gli abusi avvennero (secondo la sentenza penale ormai passata in giudicato) nell’espletamento del ruolo di educatore religioso del sacerdote. «Da parte del sacerdote e della Curia non è arrivato neppure il minimo segnale di voler risarcire» hanno puntualizzato gli avvocati di parte civile. I legali di don Giorgio Carli (Alberto Valenti e Flavio Moccia) avevano più volte affermato che non sarebbe stato versato un centesimo. «Siamo pronti ad affrontare un nuovo processo in sede civile» ha detto ieri sera l’avvocato Alberto Valenti il quale, però, ha inviato la controparte a «smetterla di urlare al lupo, perchè – come nella favola – nessuno ci crederà più all’ipotesi che il lupo arrivi realmente». La difesa di don Giorgio, insomma, non sembra assolutamente preoccupata dell’ipotesi di dover affrontare un nuovo contenzioso in sede civile. Anzi, l’invito alla controparte e di agire realmente e non limitarsi a proclami sulla stampa. «Le cause non si fanno per proclami pubblici – ha commentato ieri sera l’avvocato Alberto Valenti – ma davanti ai tribunali. Solo in quella sede e non sulla stampa siamo pronti ad attendere il lupo che si dimosterà molto più mansueto di quanto si minacci». Secondo lo stesso avvocato Valenti un eventuale coinvolgimento della Curia non sarà facile perchè sarà «necessario dimostrare una sorta di consapevole responsabilità da parte delle strutture della Chiesa». I legali della parte civile sono convinti del contrario ed intendono procedere codice civile alla mano. Il contenzioso legale su don Giorgio è dunque destinato a proseguire ancora a lungo in altra sede. (ma.be.)


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Denise Pipitone: sviluppi delle indagini.

Il Giustiziere degli Angeli

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TRACCIA SU UN TELEFONINO – DENISE A BORDO DI UN’AUTO?

«Nei confronti di Denise è stato perpetrato un atto abominevole, che non ha nessuna giustificazione. Da cinque anni mi batto per riavere mia figlia e per avere giustizia, che ancora non vedo». Lo ha detto Piera Maggio, la mamma della piccola Denise Pipitone, scomparsa da Mazara del Vallo (Trapani) il primo settembre del 2004. «Voglio essere ascoltata – ha detto mamma Piera a “Pomeriggio Cinque” trasmissione di Canale 5 -, la burocrazia e la magistratura hanno tempi troppo lunghi». «A quattro anni dal sequestro della mia bambina – ha proseguito – è emerso dall’analisi dei tabulati telefonici che nella notte tra il primo e il 2 settembre una persona si è spostata in macchina dalla provincia di Trapani a quella di Palermo e a bordo aveva sicuramente Denise. Insieme al mio avvocato abbiamo chiesto un’ispezione presso la Procura dei minori di Palermo, che ascoltò Jessica Pulizzi, la sorellastra di Denise indagata per concorso in sequestro all’epoca dei fatti ancora minorenne. Per due anni nei confronti di questa persona non si è proceduto. Ecco, io voglio che qualcuno mi spieghi il perchè di questi ritardi». «La verità – ha proseguito – sta in questi atti. Spero che i magistrati la tirino fuori e che Jessica sia giudicata. Come mi immagino mia figlia oggi – ha concluso Piera Maggio -? Immagino una bimba che vive in piena serenità, una bambina intelligente, biricchina e meravigliosa. Sarei anche disposta a rinunciare a riaverla se sapessi che sta bene».

LA TRACCIA TROVATA DAGLI INQUIRENTI Emergono nuove piste nell’indagine sulla scomparsa di Denise Pipitone, la bimba rapita a Mazara del Vallo l’1 settembre del 2004. Una delle persone sospettate del sequestro la notte tra l’1 e il 2 settembre si sarebbe spostata dalla cittadina Trapanese in una città dell’hinterland palermitano. La circostanza troverebbe riscontro dalla traccia lasciata dal suo cellulare, collegato ad un ponte radio nei pressi di Palermo. Dalle intercettazioni disposte dalla Procura dopo la scomparsa di Denise sarebbe inoltre emerso che il proprietario del telefonino, la notte della scomparsa, avrebbe fatto cenno alla bambina in alcune conversazioni. Il fatto è emerso in quanto i dati dell’operatore telefonico sono stati sottoposti solo di recente ad una analisi specifica da parte del prof. Roberto Cusani, ordinario di Telecomunicazioni presso l’Università «La Sapienza» di Roma. L’esperto ha calcolato il tragitto effettuato dal cellulare della persona sospettata nella notte tra l’uno e il due settembre. Il telefonino si sarebbe acceso alle 6.15 in una città nelle vicinanze di Palermo, alle 6.18 in una città della provincia di Trapani e alle 6.25 in un ponte radio nella periferia di Trapani. Il consulente della Procura aveva ritenuto catalogabile questa anomalia come effetto «Peter Pan» (un fenomeno secondo il quale il segnale risulterebbe ubicato in più posti diversi contemporaneamente, n.d.r.), ma il prof. Cusani ha appurato che tali dati sarebbero stati generati da un automatismo del gestore telefonico: il numero posto sotto controllo era stato cercato da un’altra utenza, e non essendo stato raggiungibile, l’operatore avrebbe attivato un meccanismo di ricerca del cellulare nei luoghi in cui l’utenza era transitata per effettuare la consueta notifica di un sms. Queste considerazioni determinerebbero quindi che non vi è stato uno spostamento inverosimilmente veloce del cellulare tra zone molto distanti, bensì una ricerca dello stesso nelle ultime celle in cui era stato collegato.


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Pedofilia: 2anni e 4mesi di carcere al pedofilo dei giardinetti.

Il Giustiziere degli Angeli

Giulio (nome di fantasia), dodici anni appena, ha incontrato l’orco nei giardinetti del parco torinese dove andava a giocare. L’uomo, 31enne che vive e lavora a Torino, ha pian piano conquistato la fiducia del padre del ragazzino che era l’obiettivo a cui mirava. Dalle carezze pagate cinque euro è passato a richiedere un rapporto orale… ora è stato condannato ma con poco!

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Il rito abbreviato grazia l’orco – Fa sesso con un bimbo per 10 euro – Il pedofilo se la cava con due anni

TORINO 22/09/2009 – Cinque euro per essere accarezzati, il doppio per un rapporto orale. «Ma non dire nulla a papà, altrimenti lui si arrabbia e poi non ti fa più giocare con me». Il papà, però, ha saputo. E ha denunciato lo scomodo compagno di giochi del figlio dodicenne. Un compagno di giochi che di anni ne ha 31 e vive e lavora a Torino. Ieri mattina l’uomo è stato condannato dal giudice Chiara Gallo alla pena di 2 anni e quattro mesi di reclusione con le accuse di violenza sessuale nei confronti di minore e induzione alla prostituzione, al termine di un processo celebrato con rito abbreviato. A rappresentare la procura in aula c’era il pubblico ministero Alessandro Sutera Sardo.

La vittima dei ripetuti abusi sessuali è un ragazzino romeno di soli 12 anni, Giulio (nome di fantasia), avvicinato dal suo futuro persecutore mentre si trovava nei giardinetti pubblici di un quartiere periferico della città. Ma prima di allacciare un rapporto con il ragazzino, il pedofilo era riuscito a carpire la fiducia dei suoi genitori.

L’uomo aveva infatti conosciuto il papà di Giulio in quegli stessi giardinetti in cui giocava il bambino, aveva cominciato a frequentarlo, a parlargli. Chiacchierava amabilmente con lui quasi tutti i giorni. L’obiettivo del pedofilo era chiaro: accreditarsi agli occhi del papà di Giulio come una brava persona, una persona per bene di cui potersi fidare ciecamente, senza problemi.

«Giulio è uno splendido bambino. Io purtroppo non ho figli, ma se ne avessi uno vorrei tanto che fosse come Giulio. Bello, simpatico e allegro come lui. Mi piacerebbe frequentarlo, vorrei giocare con lui, se possibile trascorrere del tempo in sua compagnia. Mi piacciono i bambini, mi piace la loro compagnia. Giulio è un ragazzino fantastico». Parole dolci, quelle pronunciate dal pedofilo. Parole al miele che alla fine hanno convinto il padre del ragazzino a fidarsi di quell’estraneo conosciuto al parco.

È così che sono cominciati gli incontri tra Giulio e il pedofilo. Pedofilo che all’inizio è riuscito a convincere il dodicenne ad accarezzarlo nelle parti intime in cambio di 5 euro: «Così potrai comprarti quello che vuoi, l’importante è che tu non dica nulla a mamma e papà. È il nostro segreto». Poi il gioco si è fatto via via più duro, difficile. Complicato e impegnativo. Sempre più a luci rosse. All’uomo le carezze non bastavano più, cercava e voleva qualcosa di diverso. «Ti do 10 euro se in cambio mi dai un bacio dove dico io». Giulio è stato costretto a un rapporto orale, ma non ha retto. Quando è rientrato in casa è scoppiato in lacrime e ha raccontato tutto ai genitori. È scattata la denuncia nei confronti del trentunenne torinese, arrestato poi dagli uomini della squadra mobile, coordinati nell’indagine dal magistrato delle fasce deboli Alessandro Sutera Sardo. Per il piccolo Giulio è stata la fine di un incubo terribile. Ieri mattina, infine, la condanna del pedofilo a 2 anni e quattro mesi di carcere.

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Bambina stuprata ed uccisa nove anni fà a Castel Del Monte – sviluppi sul caso

Il Giustiziere degli Angeli

Ritorna sulla cronaca il caso di Graziella Mansi di cui scrissi solo in parte ciò che accadde riportando le frasi agghiaccianti riferite da uno dei condannati, Pasquale Tortora:

Con una mano la tenevo ferma e con l’altra la bruciavo (LINK)

IL CASO: I GIOVANI SONO STATI CONDANNATI ALL’ERGASTOLO NEL 2004, UNO DI LORO SI È SUICIDATO

L’assassinio di Graziella Mansi: nuove prove, il processo è da rifare

Bruciata viva Graziella aveva 8 anni, tre dei cinque assassini si dicono innocenti: «Una foto ci scagiona»

Giuseppe Di Bari e Michele Zagaria

ANDRIA — Nove anni dopo la morte della piccola Graziella Mansi, la bambina andriese di 8 anni bruciata viva ai piedi di Castel del Monte la sera del 19 agosto 2000, tre dei suoi cinque assassini continuano a proclamarsi innocenti. Giuseppe Di Bari, Michele Zagaria e Domenico Margiotta, condannati con sentenza defi nitiva all’ergastolo già nel 2004, chiedo no ora alla Corte di Assise di Trani di poter svolgere una nuova attività investigativa preventiva ai fini della eventuale revisione del processo. Revisione già tentata senza successo davanti alla Corte di Appello di Lecce l’anno scorso da tutti e tre più Vincenzo Coratella, il quarto ragazzo condannato all’ergastolo per se­questro, violenza sessuale di gruppo, omicidio e occultamento di cadavere e morto suicida nel carcere di Lecce il 13 dicembre scorso. Anche lui, fino all’ultimo, aveva però proclamato la sua innocenza, così come scriveva alla madre in una serie di lettere dal carcere.

Si dicevano innocenti, a differenza di Pasquale Tortora, l’unico reo-confesso, condanna to a 30 anni con il rito abbreviato, che aveva chiamato in causa gli altri quattro. Tutti e cinque, secondo i giudici del primo e secondo grado, più Cassazione e Corte di Appello di Lecce (per la revisione), avrebbero ucciso la bambina, non prima di averla violentata per poi darle fuoco quando era ancora viva a poche centinaia di metri dal luogo in cui scomparve, la fontanina ai piedi di Castel del Monte dove fu vista. Solo Tortora, però, secondo l’accusa, sarebbe rimasto nella zona guidando poi i carabinieri sul luogo del delitto; mentre gli altri quattro sarebbero andati via alle 19.30 e sarebbero tornati ad Andria a bordo dell’auto di Zaga ria. E per precostituirsi un alibi, due di loro si sarebbero fatti riprendere dalla telecamera di una banca in centro, dopo essere tornati a casa a cambiarsi.

Si tratta di Giuseppe Di Bari e Vincenzo Coratella, che sono stati ripresi dalle telecamere della banca alle 20.05 così come confermato dai fotogrammi individuati dai carabinieri. Ma, secondo le difese, davanti a quella banca, alla stessa ora, c’era anche Miche le Zagaria la cui immagine comparirebbe in un altro fotogramma insieme a Coratella. Per i carabinieri invece non ci sarebbe alcuna certezza circa l’identità di quella persona accanto a Coratella, motivo per cui nel loro rapporto hanno sempre parlato di «altra persona in corso di identificazione». Ma se quella «altra persona in corso di identificazione» fosse per davvero Zagaria, il castello accusatorio nei confronti di tutti e quattro i ragazzi comincerebbe a scricchiolare, giacché Zagaria secondo l’accusa avrebbe lasciato Di Bari e Coratella per primi a casa e questi cambiatisi, sarebbero andati alla banca; Margiotta vi sarebbe arrivato alle 20.30; mentre Zagaria, che abitava piuttosto lontano dal centro, vi sarebbe arrivato so­lo dopo, ripreso dalla telecamera intorno alle 20.40.

Nel caso, invece, si dimostrasse che anche Zagaria era davanti alla ban ca alle 20.05, l’unica spiegazione valida sarebbe che i quattro a Castel del Monte quella sera non c’erano mai stati, così come hanno ribadito a più riprese. Ora gli avvocati Carmine Di Paola, Aurelio Gironda, Giuseppe Perrone e Michele Anelli chiedono alla Corte di Assise di Trani, in funzione di giudice dell’esecuzione, di poter svolgere un’indagine tecnica mediante elaborazione di immagini con so­vrapposizione parametrizzata. Che, in parole povere, vuol dire poter comparare due fotogrammi del filmato delle telecamere, il numero 2 e il 26, cioè quello in cui compare l’«altra persona in corso di identificazione» alle 20.05 e quello delle 20.40 in cui è certamente ripreso Zagaria in modo da stabilire definitivamente che il ragazzo era lì da subito. I legali chiedono anche che Zagaria venga tradotto davanti alle telecamere della stessa banca, in modo da poter confrontare le sue immagini con quelle presenti nel fascicolo fotografico dei carabinieri.

Carmen Carbonara – Corrieredelmezzogiorno.it – 18 settembre 2009


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Omicidio Tommaso Onofri: inizia il processo d’appello.

Il Giustiziere degli Angeli

Tommy, comincia l’appello – “Conserva non c’entra”

A Bologna il processo di secondo grado per il rapimento e l’uccisione di Tommy. Gli avvocati della moglie di Alessi, condannata a 30 anni, hanno annunciato battaglia.

di Silvio Marvisi

Inizia oggi a Bologna il processo di secondo grado per il rapimento e l’uccisione del piccolo Tommaso Onofri a carico di Mario Alessi e Antonella Conserva. Il primo è stato condannato dalla Corte d’A ssise di Parma in primo grado all’ergastolo mentre la pena inflitta alla donna è stata fissata in trent’anni di prigione. La sentenza arriverà al termine della due giorni di udienze. Il coordinatore del collegio difensivo di Antonella Conserva, il criminologo Carmelo Lavorino, si dice pronto a dimostrare come la Conserva sia estranea al rapimento e alla morte del bambino di 17 mesi. Lo stesso criminologo si dice intenzionato a denunciare in quella sede “errori palesi, sottesi e nascosti sia della sentenza di primo grado che dell’impianto accusatorio”. Secondo Lavorino la tesi della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, che ha coordinato le indagini, sarebbe sconfessata dalla condanna del tribunale di Parma che ammette la presenza di Salvatore Raimondi nel bosco dei Bissi a pochi passi dal greto del torrente Enza dove il piccolo Tommy è stato ucciso e sepolto. Antonella Conserva, secondo i difensori, sarebbe stata incastrata da Raimondi, che insieme ad Alessi costituisce “la punta dell’iceberg di una banda di criminali delinquenti, organizzati e violenti, banda che ha organizzato il rapimento finito male nel tentativo di ottenere benefici economici”. Banda con cui, secondo Lavorino, la Conserva non ha mai avuto nulla a che fare mentre “incute terrore ad Alessi e protegge Raimondi che a sua volta protegge il gruppo criminale”. “ Siamo pronti a demolire qualunque tipo di novità – afferma Lavorino in qualità di coordinatore della difesa – di calunnia, di diffamazione, di congettura, di sordida accusa possano intervenire nel processo di secondo grado. Ci auguriamo un giudizio severo ma sereno, scientifico e analitico”. Anche Mario Alessi, che da Antonella Conserva ha avuto il figlio Giuseppe, è pronto a difendersi dalle accuse e a dimostrare, come ha già tentato in primo grado, di non essere l’uccisore del bimbo. Durante la permanenza nell’isolamento del carcere di Viterbo Alessi ha scritto un suo memoriale in cui ripercorre e ricorda ogni momento del 2 marzo 2006 e delle fasi precedenti. Il memoriale non è però stato depositato fra gli atti del processo perché l’imputato numero uno sarebbe pronto a rilasciare dichiarazioni spontanee con cui, evidentemente, potrebbe scagionarsi dall’aver ucciso Tommy. La Corte d’assise di Parma presieduta dal giudice Eleonora Fiengo ha invece ritenuto che a uccidere il bimbo sia stato proprio lui mentre Raimondi, giudicato a Bologna con rito abbreviato, ha partecipato alle fasi salienti, ha lasciato l’impronta sul nastro adesivo con cui sono stati legati gli Onofri al momento del rapimento, ma non avrebbe vibrato l’ultimo colpo, quello fatale.  (16 settembre 2009) Repubblica.