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Luca Delfino come Forrest Gump?

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Il Giustiziere degli Angeli

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Nel famoso films Forrest Gump lo stesso cita questa frase… “stupido è chi stupido fà!“. Direi che cambiando la parola stupido con la parola matto si cuce a Luca Delfino la frase… “matto è chi matto fà!”. Il giudice che lo ha condannato a SOLI 16 anni di carcere dice… “Delfino recita ma è malato di mente!” ed a me sembra che questa frase, riportata nelle motivazioni della sentenza, contenga in due parole una grande incoerenza… O è veramente matto o recita da matto.

Intanto chi stà impazzendo veramente sono i familiari di Antonella, uccisa da Delfino con 40 coltellate e che vedono la loro figlia uccisa così due volte. Ho seguito da sempre questa vicenda ed anche giovedì ho seguito la trasmissione su Rai2 dove venivano intervistati la mamma ed il papà. Straziante la testimonianaza della mamma che ha ripercoso tutto quanto è successo prima, durante e dopo l’omicidio di sua figlia. Come è possibile non incazzarsi sapendo quante denunce sono state fatte contro Delfino prima che uccidesse Antonella e comprendendo che poteva essere evitata la tragedia? la mamma dice <in quelle due volte che mi si è buttato sul cofano della macchina perchè Antonella era con me, non ho avuto la freddezza di metterlo sotto. Oggi sono pentita di non averlo fatto. Io sarei in carcere ma mia figlia sarebbe viva!>. Come possiamo non volere anche noi giustizia quando questa mamma tra le lacrime dice <mi sento in colpa con mia figlia anche se non sò che altro avrei potuto fare nella legalità per proteggerla>.

Leggete le motivazioni della sentenza e pensate che Antonella poteva essere vostra figlia!

Il giudice: «Delfino recita ma è malato di mente»
23 gennaio 2009| Fabio Pin   IlSecoloXIX

Puntuale come sua consuetudine il giudice Eduardo Bracco ha depositato nei termini di legge (15 giorni) le motivazioni della sentenza con la quale due settimane fa Luca Delfino è stato condannato a 16 anni e otto mesi di reclusione per l’omicidio dell’ex fidanzata Antonietta Multari, con bilanciamento tra aggravanti e attenuanti, pena massima di 24 anni (art.575 codice penale) e decurtazione di un terzo prevista dal rito alternativo. Una sentenza, quella emessa da Bracco al termine del processo con rito abbreviato, che ha fatto molto discutere, con attacchi anche alla categoria dei giudici. Critiche anche pesanti, a volte sfociate nell’insulto, hanno caratterizzato molti special televisivi andati in onda nei giorni successivi al processo. Alcuni politici hanno invocato un intervento del Csm, altri hanno censurato il magistrato chiedendone la rimozione. Bracco, coerente al principio secondo il quale i giudici non devono parlare se non attraverso gli atti, non ha replicato: «Le motivazioni del mio convincimento le potrete leggere sulla sentenza, una volta che sarà depositata». Cosa avvenuta ieri: trentadue pagine nelle quali il magistrato spiega i perché della sua decisione.

Valutazioni pacifiche.«Il processo presenta dei fondamentali punti fermi che risultano con assoluta evidenza dalle acquisizioni processuali e che non vengono minimamente posti in discussione dalle parti. Ovvero, Luca Delfino è responsabile di tutti i fatti contestatigli (fatta eccezione per la ricettazione), come correttamente qualificati dal pubblico ministero. Inoltre – afferma Bracco – l’imputato è persona estremamente pericolosa e in condizione di stare in giudizio». In altre parole, Delfino è, senza ombra di dubbio, il killer di Antonietta Multari, uccisa «con quaranta coltellate, di cui almeno quattordici potenzialmente letali e due interessanti in modo significativo organi e tessuti vitali».

Capacità di simulazione.Delfino nega che Antonietta sia morta e afferma di non ricordare nulla del giorno del delitto. Vera amnesia o strategia difensiva? «Sul punto si osserva che le valutazioni degli psichiatri divergono tra chi ritiene l’imputato un abile e furbo mentitore (il perito della parte civile), chi al contrario lo reputa incapace di mentire (il perito della difesa), e chi assume una posizione di perplessità e di scetticismo (periti del tribunale e del pubblico ministero). Lo scrivente propende nel ritenere che Delfino abbia recitato una parte, esprimendo una deliberata volontà di ingannare gli inquirenti, i giudici e forse nelle intenzioni anche i medici, che di certo però non si sono fatti fuorviare. Si è in presenza, con buona probabilità, di un atteggiamento manipolatorio, ambiguo e furbesco, ma di ciò non v’è certezza, ragion per cui questo giudice reputa il tema – simulazione o genuina amnesia – privo di significativa rilevanza. Incorre quindi in errore la parte civile allorchè sembra voler assumere l’equivalenza simulazione-sanità mentale, venendo smentito dal suo stesso consulente».

Vizio di mente. «La problematica centrale del processo attiene alle condizioni di salute di mente del Delfino al momento dei fatti e alle relative valutazioni medico legali. Le considerazioni del perito del tribunale e quelle dei consulenti di parte appaiono particolarmente apprezzabili, perchè tutte approfonditamente motivate» e che concordano nell’affermare che «è indubbio che l’imputato sia affetto da malattia mentale, diagnosticabile come un gravissimo disturbo misto di personalità, in cui predominano tratti border line paranoidei e antisociali, insieme a tratti schizotipici, narcisisti e sadici a livello prepsicotico».

Premeditazione. «Non può disconoscersi che la sua diminuita capacità di intendere e di volere in qualche misura incise sulla premeditazione, proprio perchè egli non aveva il pieno controllo delle sue azioni. Tuttavia, era senz’altro in condizioni di far prevalere, attraverso la revisione critica e la riflessione, i motivi inibitori su quelli criminogeni».

Il bilanciamento. «La premeditazione in linea generale è aggravante di notevole importanza, essendo connotata da un dolo intenso e comportando la punibilità dell’omicidio con l’ergastolo. Ma nel caso di specie la sua rilevanza risulta in qualche misura affievolita dall’incidenza della patologia mentale. Delfino non è del tutto padrone delle proprie azioni e quindi non pienamente in grado di controllarle. Si tenga presente che tale circostanza sta a significare che la sua capacità di intendere e di volere è grandemente scemata. In applicazione dei principi di legge, la prevalenza “di peso” della minorata imputabilità viene ad elidersi, risultando conforme a giustizia una soluzione di equivalenza delle circostanze. Si fa altresì presente che l’attenuante della seminfermità normalmente viene reputata prevalente o, al più, equivalente all’aggravante della premeditazione. Non si ricordano casi di soccombenza, non se ne sono rinvenuti neppure all’esito di una ricerca giurisprudenziale, non sono state citate sentenze di merito o di legittimità né dal pm né dalla parte civile». 

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